"La prima cosa necessaria per scrivere con efficacia è di non aver alcun riguardo per il lettore che non lo merita." Miguel de Unamuno
lunedì 24 settembre 2012
d'emblée n. 1
Poco prima del crepuscolo...era in un parco pubblico...da nord est soffiava un forte, ma tiepido vento d'autunno, che presagiva l'imminente arrivo della tramontana invernale...si guardò intorno come per misurare se stessa in rapporto alle cose che la circondavano...gli alberi, i muretti, la fontana, le panchine...già le panchine: quanta vita potevano raccontare quegli oggetti di ferro pitturato di verde?? tanta...e una parte anche della sua...vi si sarebbe seduta anche in quel momento, una ventina di minuti al massimo...a riflettere, con il rombo del vento e il fruscio delle foglie nelle orecchie...ma sentiva l'urgenza di attraversare velocemente il parco per arrivare alla strada: forse stava per piovere...bastava che il vento cessasse e sarebbe venuta una bell'acquata, ne era sicura...nuvoloni neri si accalcavano gli uni sugli altri verso est...ma ad ovest...tra i cumuli nembi si apriva uno squarcio sul cielo, che permetteva alla luce ambrata del sole al tramonto di adagiarsi morbidamente sul vapore acqueo delle nubi, sul profilo delle case, sui tronchi e sui rami degli alberi, sui fili d'erba tagliata da poco...e più in alto, dove l'azzurro schiariva, lo spicchio della luna...così perfetto, così bianco...che dava l'idea di esser stato appeso lì da qualcuno... Arrivò alla strada...dal muretto che la costeggiava udì le voci, mescolate a quella, più forte, del vento, di qualche anziano che parlava di calcio..."Insomma, quest'Inter??"...ma non si soffermò per conoscere la risposta...osservò piuttosto i muri delle case e del circolo...le decorazioni della festa di rione della serata precedente, ormai inservibili, pendevano, tristemente dalle pareti...complici, sebbene colorate, dello squallore generale della via..."Madonna che tristezza!!" pensò "Non c'è niente di più triste del sapore amaro della fine di una festa...un po' come la domenica che precede il lunedì...un po' come un incanto spezzato...un cocchio tornato zucca dopo mezzanotte"...però mentre percorreva l'ampio marciapiede di casa le tornò in mente la giornata appena trascorsa...e sorrise..infilò la chiave nella serratura ed entrò... "Visto che un c'era bisogno di mettersi su una panchina, come i vecchi, per far du' riflessioni a modo?? Appena sono in casa metto tutto per scritto..."
domenica 23 settembre 2012
Nuova carriera n. 4
Correva nemmeno avesse le ali ai piedi: a giudicare dalla
posizione del sole all’ora sesta mancavano sì e no un’ora e mezzo…doveva fare
in fretta, anche perché la bottega di Leonida era dall’altra parte del fiume,
nel quartiere più popolare e malfamato della città. Nonostante la folla in meno
di dieci minuti arrivò all’entrata del bugigattolo, in un vicolo stretto,
maleodorante e praticamente deserto. La porta era semisbarrata da delle assi di
legno marcio, come se fosse completamente disabitato; controllò che nessuno la
osservasse ed entrò di soppiatto, contorcendosi tra tavola e tavola… L’ambiente
era buio e puzzava di chiuso, cibo andato a male e, diversamente dal solito,
anche di bruciato, ma Artemisia si fece coraggio e si addentrò nella
semioscurità, bisbigliando un “C’è nessuno??”. Dal fondo della bottega udì una specie di
rantolo… “Signor Leonida, è in casa?” dopo pochi passi inciampò in una sedia
rigirata e scorse il vecchio rannicchiato sul pavimento in un angolo. Si precipitò verso di lui: aveva il viso
tumefatto, completamente pieno di sangue, e al suo fianco il braccio sinistro ricadeva
in una posa scomposta, spezzato.
“Signor Leonida, ma che è successo?? La posso aiutare…?
Chiamo aiuto…” cominciò a singhiozzare la ragazza…ma il vecchio, con un fil di
voce le rispose, secco: “Te ne devi andare…la guardia cittadina…mi tenevano
sotto controllo…vattene stupida!Scappa…”
“Ma io non posso lasciarla qui…il suo viso…il suo braccio…chiamo
un medico…la prego…ma perché? Oddio quanto sangue…e i suoi libri…” si zittì atterrita:
da un angolo della bottega si levava un filo di fumo…pezzi di carta e copertine
di cuoio bruciacchiati…le librerie vuote e rovesciate sul pavimento. Avevano
distrutto tutto...
“Leonida, adesso la
tiro fuori di qui…andiamo…le ho portato anche una mela, è contento?? Le piacciono
tanto, lo so…ora usciamo, via..lei si arregge a me e…”
“E’ tardi Artemisia…almeno per me…ti prego vattene…e salvati…se
ti trovano qui ti arrestano…tua nonna non vorrebbe che ti facessi portar sulla
forca in un modo così idiota…tieni questo è per te…la conservo da quasi 50
anni, ma non mi serve più…”
Col braccio sano si tirò fuori dalla tasca interna della
giacca un pezzo di carta sgualcito e sporco e glielo tese…Artemisia lo prese e
lo mise al sicuro sotto la tunica…poi con le lacrime agli occhi mormorò: “Ma io
non la lascio qui…lei ora viene con me…”
“Non fare la ragazzina! Adesso mi ascolti: quegli schifosi
della guardia – sputò in terra con
disprezzo un grumo di sangue - hanno
lasciato una tanica di cherosene…ora tu spargerai tutto il suo contenuto per la
bottega…prenderai l’acciarino dalla mensola dietro al bancone e, una volta
uscita, darai fuoco a tutto…è chiaro?? E…non mi interrompere, maledizione!! E poi
scapperai a gambe levate…te ne tornerai al tuo podere tranquilla, tranquilla e
solo stanotte osserverai il foglio che ti ho dato…adesso vai…muoviti…” e
cominciò a tossire…
“Ma lei? Non posso lasciarla qui…”
“Sì che puoi…devi…non devi parlare mai a nessuno di me…non
devono sapere che mi conoscevi…è il mio ultimo desiderio in punto di morte…fallo
per me…e per tua nonna…ti pre…go…” e spirò…
Artemisia, in preda al panico, tremante eseguì gli ordini
del vecchio…uscita con difficoltà, appiccò l’incendio…prima di fuggire, per un
attimo guardò il fuoco che divampava nella bottega e pensò, con disperazione,
che aveva perso l’unica persona che più assomigliava a un amico per lei...
martedì 18 settembre 2012
...epiphanies...
...una dopo l'altra affiorano alla mia mente...nuove consapevolezze...forse dure da accettare...mi mettono in crisi...in effetti affrontar se stessi può mettere in crisi...il confronto con lo specchio, con quello che riflette....con quello che siamo ma non vorremmo essere, con quello che ci piacerebbe essere ma non si riflette in quel vetro metallizzato...essere se stessi che significa?? esser sinceri...forse...ma non solo con gli altri...esserlo con quel riflesso che vediamo la mattina appena svegli...eh ma se non ti piacesse quello che vedi?? se guardare ed accettare quel riflesso, farlo proprio significasse perdere gli affetti?? vale la pena rischiare?? forse sì...le persone che ti amano, ti ameranno comunque...ma la paura è forte...tirare fuori il mostro che è in noi (o i mostri) può esser impegnativo e doloroso...ma probabilmente una volta riportato al mondo normale, a confronto con tutte le altre cose, quelle reali della vita di tutti i giorni, anche il mostro potrebbe sembrare più inoffensivo, più piccolo...più stupido...più facile da sconfiggere...magari poverino anche a lui non piace star lì dentro al nostro cervello, pigiato e scomodo tra i meandri delle circonvoluzioni...magari anche lui preme per uscire...magari con calma ti vorrebbe parlare e spiegarsi...dire le sue ragioni...e invece no: tu lo incateni...lo costringi nello spazio ristretto della scatola cranica...ne accetti il peso sul cuore...preferisci star male, piuttosto che farlo uscire...tutto per paura...per codardia e viltà...per mancanza di maturità...beh a un certo punto però devi crescere...perché quel mostro non può condizionarti la vita in eterno...per quanto ti ostini a nasconderlo, fugacemente apparirà sempre nello specchio tramite il riflesso dei tuoi occhi...e tu lo sai che è lì...il coraggio sta nel lasciarlo libero dall'assurda cattività a cui lo costringi...a cui TI costringi...so che non è capodanno...ma questo è uno dei miei propositi per il futuro...far uscire quel mostro, una squama alla volta, una zanna dopo l'altra...per poterlo guardare in faccia e sconfiggerlo, magari imparando da quello che ha da dirmi...e per poter guardare il mio riflesso con serenità...per poterlo accettare...per potermi accettare...in tutte le mie sfaccettature...smussando quelle che meno mi piacciono, facendo battere la luce su quelle migliori...e chiedendo l'aiuto del mio Riflesso per eccellenza per farlo...questa è la mia nuova EPIPHANY...spero solo di trovare il coraggio...
domenica 16 settembre 2012
...sere d'estate, dimenticate...
...la nebbia...già ancora una volta...il racconto di Unamuno è sempre valido tutto sommato...credevo che quando si diventava "grandi" poi la nebbia sparisse...e invece...le cose son due: o è impossibile farla sparire o io non son cresciuta per niente...forse entrambe...in ogni caso la nebbia è tornata più in forma che mai...e con la sua umidità si appiccica ad ogni mio pensiero, s' insinua tra sinapsi e sinapsi e scardina le mie poche sicurezze...e il criceto nel mio cervello arranca, perché la ruota è male oliata...non è sufficientemente lubrificata da ottimismo e speranza...e allora il criceto non ha il fiato per correre, ma la lentezza a cui è costretto gli permette di avere il tempo per pensare...pensa alla sua condizione...al fatto che corre senza meta...nuotatore da vasca e non fondista...pesce rosso in una boccia...auto su un circuito...mi sento proprio come Alice, a cui spazzano via la strada da sotto i piedi...come Sarah a cui il bruco malefico sposta le pietre del labirinto, per non farla arrivare al castello...in poche parole mi sono persa...e già si sa che il mio senso dell'orientamento non è dei migliori...e poi c'è questa maledetta nebbia che non se ne vuole andare...e non capisco più se le mie guance son rigate di lacrime o è solo l'umidità dell'aria a renderle bagnate...devo ritrovare la rotta...DEVO oliare quella cavolo di ruota...ma come?? forse qualcuno ce l'ha l'olio giusto...e mi sta cercando nella nebbia per portarmelo...lo so che c'è quel qualcuno...e il solo pensarlo fa diradare la caligine...avanti signorina "caminante de la vida"...datti una smossa...fai una voce...chiedi aiuto...lancia quell'SOS...il soccorso sta arrivando...
domenica 2 settembre 2012
...it hits your soul...
Questo post somiglierà probabilmente a una pagina di diario...forse più di quanto vorrei...gli impegni, l'estate, la poca voglia mi hanno portato ad abbandonare, almeno per adesso, la redazione del mio racconto...presto tornerò a scrivere...fa strano pensarci in realtà...fino a 7 mesi fa non ci pensavo minimamente a metter per scritto le mie idee...non le reputo particolarmente originali...ma c'è qualcuno che crede in me e non ho voglia di deluderlo!! ci sono molte cose che adesso mi sembrano strane...ogni cosa che mi passa per le mani sembra avere un significato diverso da quello che aveva prima...mi sento cambiata...in meglio in parte...spesso adesso mi sembra di essere più simile a quella donna che volevo diventare...questo è un bene...il problema è che ho scoperto anche lati di me che non mi piacciono per niente....o meglio: li conoscevo già...ma adesso sono stata costretta ad affrontarli...e non mi va...spesso mi trovo a dover impersonare il ruolo della ragazza matura, responsabile e controllata...ma sono stanca...quando ci si sente amati, rispettati, stimati è bellissimo...ma dall'altra parte c'è una dose di responsabilità molto maggiore nei confronti di chi ci ama, ci rispetta, ci stima... e quindi ho paura...non voglio deludere nessuno... la delusione sul volto della persona che ami è troppo dura da sopportare...non voglio, non voglio, non voglio...solo ho paura di non esser capace di reggere tutto questo...son davvero la ragazza matura che affronta le proprie responsabilità?? riuscirò a non scappare, come sempre?? riuscirò a reggere?? non ci credevo nemmeno 6 mesi fa e l'ho fatto...senza nemmeno sentirne il peso...mi dico...e allora tutta questa paura?? che vuol dire?? io son sicura di quello che faccio...e allora cos'è che mi fa piangere?? ho i nervi a fior di pelle troppo spesso...e sì, sarà anche le stanchezza...ma non può essere normale...e mi dico che son le torte di una che non ha il coraggio di esser felice, perché appunto la felicità ti obbliga ad essere responsabile...perché la felicità la devi curare ogni giorno...un po' come il Piccolo Principe fa con la sua rosa...e la cosa che più mi fa pensare questo è lo Specchio in cui guardo da sei mesi a questa parte...anch'esso riflette insicurezze, paure, inquietudini...alcune diverse dalle mie...la maggior parte uguali identiche!! e la cosa che più riflette in assoluto è AMORE...incondizionato...bellezza allo stato puro, arte per eccellenza...e so che non posso perdermi quest'occasione...è la cosa più coinvolgente del mondo...da essa sembra dipendere la mia stessa esistenza...e non c'è niente di paragonabile...e allora ho deciso...che faccio la persona seria e accetto la mia felicità...costi quel che costi...anche sofferenza...perché ne vale troppo la pena...perché non saprei immaginarmi diversa...una volta che ti sei tuffata non puoi pretendere di tornar sul trampolino...ti devi godere il vento sulla pelle e l'adrenalina...sperando che ci sia un morbido materasso ad attenderti o acqua fresca e cristallina...e non una piscina vuota tipo cartone animato!!! :) io vedo quel materasso...devo solo non cambiar la traiettoria durante il volo...ma per far questo devo rilassarmi e lasciarmi cadere...non irrigidirmi...insomma...un po' è il concetto di "relax take it easy!"....ci devo almeno provare, sebbene non sia facile per la compassata Alice...ho imparato che se mi lascio andare son anche ganza...devo continuare...
Bene: questo post è assurdo...non ha filo logico...come la maggior parte delle cose che scrivo...buonanotte va'...
Bene: questo post è assurdo...non ha filo logico...come la maggior parte delle cose che scrivo...buonanotte va'...
domenica 5 agosto 2012
Nuova carriera n. 3
Artemisia si affrettò a salire sull’auto insieme a Severo e allo stalliere, Fernando,
un ragazzino di 12 anni che parlava poco con le persone, ma sapeva intendersi a
meraviglia con gli animali.
La strada bianca che portava alla città passava in mezzo ai
campi e la ragazza cercò di immaginarsi come dovesse essere quel paesaggio ai
tempi della nonna, anche se a stento ci riusciva. Le colline circostanti
coltivate a cereali e vite, le sembravano bellissime: sapevano di casa, perché
in fondo ci era cresciuta; ma la nonna diceva che quando lei era giovane erano
molto più belle, perché all’orizzonte non si vedevano tutte quelle ciminiere,
né i tralicci, né tantomeno le torrette di raffreddamento delle centrali nucleari.
La città invece era sempre stata là ed era estremamente bella, la più bella del
mondo, diceva la nonna, che vi era nata e cresciuta.
Anche quella aveva provato ad immaginarsela più di una
volta, ma era piuttosto difficile: nel villaggio dove viveva e lavorava non c’erano
immagini di com’era e le foto che aveva la nonna in casa non le aveva più
trovate dopo la sua morte: scomparse in seguito a un saccheggio ad opera di “sciacalli”,
insieme al poco oro che la donna possedeva e a molti dei suoi abiti più belli.
L’auto, finalmente, si fermò davanti alla garitta del
portale principale di Flos Eycarpia, detto “Porta dell’Iris” (ogni ingresso
portava il nome di un fiore, in memoria dell’antica denominazione della città) e
il militare, puntando loro contro un mitra, chiese malamente a Severo: “Fornisci
generalità, scopo della visita e lasciapassare...”. Il guardiano si affrettò a
consegnargli i documenti, dicendo “Severo da Pozzolatico, guardiano presso la
tenuta di Bramante Ardinghi. Mi accompagnano lo stalliere Fernando e la
bracciante Artemisia. Siamo venuti per comprare stoffe al mercato e…”.
“Basta, basta…” disse il militare “non mi tediare oltre…entrate,
prima che cambi idea… Voi villici parlate sempre troppo, anche quando non vi è
richiesto…”.
Attraversarono l’arcata in acciaio della porta e si
inoltrarono nella città: subito il fetore dei vicoli salì alla gola di
Artemisia che pensò “Sarà anche stata la città più bella del mondo, ma puzza
parecchio…”; ma poi l’attenzione della ragazza venne rapita, come sempre, dalle
centinaia di persone che affollavano le strade: la gente di città camminava
velocemente, senza quasi guardare dove metteva i piedi e ignorando, almeno apparentemente,
chi gli stava d’intorno, ma sempre a testa alta. Artemisia ammirava quelle
persone, quegli strani esseri che indossavano abiti bizzarri e variopinti,
perché sembravano fatti di una pasta diversa dalla gente di campagna: anche i
più poveri tra loro, perfino i mendicanti, sembravano essere comunque fieri ed
orgogliosi del loro status e non chinavano mai la testa di fronte a nessuno,
nemmeno sotto le manganellate delle guardie. Era una strano modo di
approcciarsi alla vita, che Artemisia ricordava di aver visto solo in sua nonna
e che era difficile da descrivere…in ogni caso quella gente pretendeva rispetto
e veniva spontaneo darglielo…Sapeva che c’era una parola con la D che la nonna
usava per riferirsi a tale atteggiamento, ma in quel momento proprio le
sfuggiva…
Arrivarono al mercato principale, attraversando un ponte di
corde e assi di legno sospeso sul fiume, un corso d’acqua verdastro e
maleodorante, e si diressero al settore delle stoffe. Severo le disse: “Vedi di
far in fretta… Allora sono tre balle di lana e 5 cubiti di seta…abbiamo 50 plut
a disposizione…devono bastare, anzi, possibilmente avanzare…poi dai ti lascio
andare a fare un giro…” e sorrise…
“Non so se basteranno, a dir la verità…ma ci provo…la
signora del banco là in fondo mi conosce…magari tiro un po’ sul prezzo…che
colore prendo? La lana bianca…e la seta carta di zucchero, come vuole sempre il
padrone?”
“Eh sì…ne dubitavi? Al padrone piace il blu…anche se non va
più di moda da almeno dieci anni…ma lui dice che gli s’avvisa bene…eheh…”
Artemisia si avvicinò al banco e chiese all’abbondante
barrocciaia quello che le serviva e dopo una ventina di minuti, tornò da Severo
e Fernando con la lana e la seta sottobraccio e un sorriso trionfante sulle
labbra: “36 plut e 20 pauperi…sono stata brava, eh? Questo è il resto… Ora
posso andare a fare un giro…vero??”
“Vai, vai…mi raccomando…all’ora sesta devi essere qui,
chiaro? Non crederai mica di saltare tutta la giornata nei campi?”
“Sarò puntuale…giuro…volo…” e già era mezza scomparsa tra la
folla di Flos Eycarpia…
martedì 31 luglio 2012
Nuova carriera n.2
L’alba sopraggiunse mentre Artemisia terminava la pag 122
del suo romanzo; i raggi del sole entravano dagli spazi tra le stecche
disconnesse della stalla dove la ragazza si era nascosta per leggere a lume di
candela. Stanca morta, tornò in punta di piedi alla stanza comune, nascose il
libro sotto le coperte e finse di alzarsi. Le sue compagne intanto cominciavano
a svegliarsi e la sala si riempì di sbadigli e borbottii assonnati. Artemisia
diede una rassettata all'abito lacero e si diresse al pozzo per prendere un po’
d’acqua e lavarsi il viso. Anche in questo era considerata strana: che senso
aveva che una donna del popolo passasse troppo tempo a curare la sua persona? Anzi,
meglio che fosse sporca e poco attraente:
almeno poteva avere la fortuna di scappare dalle grinfie dei guardiani del
padrone e da quelle di uno in particolare, il loro capo Lucio. Prendeva le
ragazze poco dopo che avevano staccato dal lavoro e le portava nella sua
capanna; i suoi compagni provvedevano a coprire le urla cantando e suonando lì nei
pressi: infatti Lucio non si limitava a violentare le donne, ma si divertiva
spesso anche sfregiarle e a massacrarle
di botte. Inoltre, le poverette che lui “sceglieva” venivano isolate dalle
compagne e, se avevano la sfortuna di rimanere incinte, perdevano lavoro e
alloggio presso il padrone, che non si poteva permettere di “sfamare un figlio
della vergogna”.
Artemisia sapeva tutto questo e temeva Lucio, ma la paura
non le sembrava un valido pretesto per non lavarsi. La nonna le aveva insegnato
che l’igiene preveniva le malattie e poi non si riteneva abbastanza attraente
per rientrare nei gusti del guardiano e non mirava certo a diventarlo.
Sbocciata all’età di
12 anni aveva sempre cercato di nascondere e comprimere con pezzi di stoffa il
seno, che le sembrava troppo abbondante per il suo fisico spigoloso dovuto alla
fame e al duro lavoro. Da quando era morta sua nonna si era tagliata i capelli
corti e dei morbidi boccoli castano scuro curati fin dall’infanzia era rimasta solo
una misera zazzerina informe e spettinata, sulla quale portava una fascia per
il sudore. I pochi stracci che aveva
consistevano di un paio di tuniche, una in lana e una in cotone, sotto le
quali spesso portava pantaloni corti o lunghi. Ai piedi indossava basse
pantofole di stoffa l’inverno e stava scalza l’estate…Unico ornamento era
appunto il ciondolo della nonna e, se capitava, una margherita fra i capelli.
Il solo elemento della sua persona che
veramente risaltava, e che non poteva certo nascondere, erano gli occhi di un
blu eccezionale, che spiccavano come pozzi di cielo sul viso bruciato dal sole.
Quelli erano l’unica eredità di suo nonno, del quale non aveva mai visto neanche
una fotografia e di cui la nonna parlava raramente, in quanto il suo ricordo la
faceva soffrire troppo. Artemisia sapeva soltanto il poco che l’anziana donna
si lasciava sfuggire ogni tanto: era un uomo onesto, che aveva dedicato la vita
ad aiutare gli altri, un “eroe”, e soprattutto era un “artista”; ma queste due
parole la giovane non aveva mai capito bene cosa significassero. Sapeva solo
che quel suo modo di essere era quello che l’aveva portato alla sua prematura
scomparsa e che la nonna ogni volta che ci ripensava cominciava a singhiozzare
e a ripetere “Ah il mio cavaliere…contro l’ultimo drago non ce l’hai fatta…Ah
il mio eroe..com’eri bello, amor mio…” e altre frasi che Artemisia stentava a
comprendere.
Mentre ripensava al nonno mai conosciuto suonò la sirena che
segnava l’inizio del lavoro e Artemisia si affrettò a incolonnarsi con le
compagne per salire sul pullman che le avrebbe portate nei campi. Ma uno dei
guardiani, Severo, che nonostante il nome era il più umano (se così si poteva
definire), la fermò e le disse: “Il padrone vuole che tu vada in città oggi…ha
bisogno di tre balle di lana e 5 cubiti di seta per il suo corredo di nozze…ti accompagniamo
io e il garzone di stalla…e vedi di non fare la furba: ché se sei brava ti
lascio libera di gironzolare per un’oretta, ma se fai la difficile ricordo a
Lucio che esisti, siamo intesi?”
“Come il padrone comanda…” rispose la ragazza. Le capitavano
spesso questi incarichi: il padrone non approvava il fatto che la ragazza
sapesse contare, ma gli serviva per contrattare il prezzo di certi articoli al
mercato. Artemisia era sveglia, fin troppo per i suoi gusti, ma sapeva anche
che lavorava sodo e che raramente creava problemi, per cui si fidava abbastanza
di lasciarla andare in città accompagnata solo da due dei suoi uomini, ai quali
affidava il denaro, contato, e il lasciapassare per entrare oltre i padiglioni.
Artemisia dal canto suo era contentissima dell’opportunità:
perdeva una mattinata di lavoro e poteva andar a girellare per i banchi del
mercato cittadino. La città, Flos Eycarpia, nonostante il suo fetore, la
affascinava terribilmente: si diceva che un tempo fosse stata una delle più
importanti del paese, quando ancora questo non era suddiviso in tre stati, e
che a migliaia venissero ogni anno dall’estero per ammirarne le meraviglie. A
lei più che altro importava trascorrere
una giornata diversa, vedere gente nuova e magari passare dalla bottega di
Leonida, il vecchio contrabbandiere. Era lui che le procurava i libri in
segreto e che spesso le raccontava storie sul glorioso passato della città, di
cui era rimasta solo la chiesa principale, detta Duomo. Artemisia non aveva mai
capito se il vecchio e astuto ricettatore avesse in qualche modo un legame con
la sua famiglia, perché sembrava sapere molte cose di lei, senza che gliel’avesse
mai raccontate, ma andava sempre volentieri a trovarlo. Nonostante i modi
bruschi e schivi e il viso fortemente deturpato (si vociferava che avesse
subito un incidente da giovane nella centrale nucleare nella quale lavorava) le
stava simpatico e, per la sua infinita magrezza, le faceva talmente tenerezza
che quando lui le chiedeva due mele come compenso, spesso gliene dava tre…
sabato 28 luglio 2012
Nuova Carriera n.1
Artemisia controllò che tutte le sue compagne stessero dormendo e con circospezione si tirò su dal pagliericcio. Da sotto il misero involto di paglia e foglie di granturco che le fungeva da materasso tirò fuori il suo "tesoro": un libro, per l'esattezza "Alice nel Paese delle Meraviglie". Non vedeva l'ora di cominciare a leggerlo: dal poco che ne sapeva doveva parlare delle avventure di una ragazza in un mondo fantastico. A dire la verità non le importava molto che cosa raccontasse, le bastava averlo. Per "conquistarlo" aveva dovuto scambiarlo con tre mele, un pezzo di formaggio e una striscia di carne secca al mercato nero: "Pazienza" aveva pensato "vorrà dire che mangerò di più domani. o domani l'altro...". Sì: quella pila mezza scucita di fogli ingialliti e mezzi strappati, con una copertina di cartone malconcio le ispirava un fascino enorme, maggiore del cibo a volte. Eppure lavorava duramente quasi 14 ore al giorno per quel misero pasto che consumava la sera, a volte troppo stanca anche solo per deglutire...ma la notte erano i libri, la conoscenza, che le davano speranza e conforto... Quelle righe che velocemente scorrevano sotto i suoi occhi e creavano mondi paralleli, mondi dove lei avrebbe voluto vivere, scappare dal lavoro massacrante, dai padroni con gli occhi, le mani e la frusta troppo lunghi, dalle sue stesse compagne, che arrivavano a fare da delatrici ai danni delle altre pur di accaparrarsi un pezzo di pane in più... Ma in quelle pagine si raccontava di donne indipendenti, di popolani che si ribellavano ai padroni, di "liberi cittadini" che sceglievano i loro rappresentanti in un'assemblea chiamata "Parlamento"... Artemisia aveva sentito parlare di cose del genere solo da molto piccola, quando sua nonna le narrava della sua giovinezza, ma aveva sempre creduto in parte che quelle storie, fossero soltanto storie, appunto... Cose del genere non erano possibili!!! Ma alla nonna ci era affezionata: era lei che l'aveva cresciuta dopo la scomparsa di sua madre, morta dandola alla luce, e l'arresto di suo padre, accusato di aver rubato due polli al padrone. I suoi fratelli, più grandi di qualche anno, erano stati presi a lavorare in poderi vicini e avevano il permesso di andarla a trovare solo una volta al mese, sempre che al loro padrone non girasse storto.
La nonna era sempre stata un punto di riferimento per la piccola Artemisia e aveva sempre cercato di infonderle coraggio... "Sii forte, bambina, e mantieni la tua dignità: pensa sempre con la tua testa, rispetta le regole, ma agisci secondo coscienza..." era una delle frasi preferite dell'anziana donna, che le aveva praticamente insegnato tutto, compresa la passione per la carta stampata. Lei le aveva dato i primi libri, le aveva insegnato come comprendere il significato di quegli strani segni che c'erano sopra e come riprodurli a sua volta...ovviamente tutto in grande segreto: ai popolani era proibito saper leggere e chi veniva scoperto in possesso anche solo di un pezzo di carta scritto, veniva punito con dieci frustate. Ma la nonna sosteneva che valeva la pena di correre il rischio, "L'ignoranza" diceva sempre "è il padre dei mali del mondo..." e lei non aveva certo intenzione che sua nipote crescesse senza le basi per poter ragionare e capire quando la raggiravano! E le raccontava di come, ai suoi tempi, tutti i bambini dovessero andare in un posto chiamato "scuola", dove imparavano tutti insieme...e allora Artemisia fantasticava di quel lontano passato, cercando di immaginare una vita diversa... Ma la nonna era morta l'anno precedente dopo l'ultima ondata di freddo e l'aveva lasciata sola...l'unica cosa che le era rimasta di lei erano i libri e delle altre cose strane, un misto di immagini e riquadri scritti, - "Com'è che si chiamavano?? ... ehm... ah ecco: Fumetti!!" - insieme a un quaderno per scrivere e una "penna biro" (la nonna la chiamava così)...e poi le aveva lasciato un pendaglio fatto a gatto, che lei custodiva gelosamente legato al collo... La nonna diceva che era un regalo del suo grande amore quand'era giovane e gliel'aveva affidato sul letto di morte, per cui Artemisia lo teneva come una reliquia del nonno che non aveva mai conosciuto, e lo toccava come un amuleto ogni volta che si sentiva sconfortata, delusa, abbrutita, malinconica ... dopo una lite col guardiano del padrone, ad esempio, o con le sue compagne, che spesso la deridevano e la insultavano...
Era strana Artemisia come ragazza, lo era sempre stata, e per questo non aveva molti amici...a dire la verità non ne aveva nessuno: già la nonna era considerata una "pazza" al villaggio e lei aveva sempre pensato che anche la parola "amicizia", fosse una di quelle cose che si potevano trovare solo sui libri, come succedeva per "democrazia" e "libertà"...
giovedì 26 luglio 2012
...tornare all'ovile pensando a partire per nuovi lidi...
...sono scesa alla stazione di campo di marte alle ore 17.46 di oggi...sono stata subito investita dall'odore di casa...il tanfo fiorentino...ma mai casa mia mi era mancata così tanto...perché all'odore di casa, è seguito il sapore di casa...sì...che dolce il ritorno...quasi dolce quanto la partenza...una mini vacanza...anche se di "vacante" c'è stato ben poco...almeno i primi 3 giorni, che sono stati mooooolto pieni!!! :D a volte è proprio vero che la felicità è difficilmente descrivibile a parole...ci sto provando a fare un discorso di senso compiuto che non suoni banale, falso, stupido...ma non ci riesco...che frustrazione...dove voglio andare???vorrei far la grossa con la storia di saper scrivere...ma evidentemente non son un granché...non riesco a esprimere nemmeno quel che più mi rende felice...e allora a cosa serve?di cosa scrivo?? dovrei davvero mettermi a inventare storie di fantasia? non mi ci vedo...anche se ultimamente non escludo neanche quella di idea...qualcuno mi sta facendo pensare che potrebbe essere fattibile...magari solo a livello di collaborazione a progetti più ampi...sì...devo ammettere che l'idea mi solletica (tanto per citare uno dei più grandi programmi televisivi della mia infanzia...)...intanto ripenso a quello il mio cervellino malato elaborava stamani...alle angosce...le paure...beh...e dico...e quindi?? il passato mi fa cucù da ogni parte...ma per una volta non fingo nemmeno che non esista...no, cavolo, sono grande? adulta? matura? convinta di quello che faccio?BENE...allora accetto il passato, in quanto ormai appunto "passato" e mi vivo il presente, guardando al futuro...le coincidenze, i deliri da fatalista (quale non sono...sono una donna di scienza io perdiana!!!) li ascolto solo quando ci piacciono...quando mi intortano ho deciso che son fandonie, bazzecole, bubbole e pinzillacchere...anche perché non posso fare altrimenti...è questo il mio tempo...questo il mio momento...ed è tutto fuor che brutto...quindi chi me lo fa fare di imparanoiarmi?? di sicuro tenderò sempre a cadere nella malinconia...son così, è il mio carattere...quello un po' alla Friedrich...insomma il Wanderer e compagnia cantando (che poi: perché sta compagnia canti un s'è mai capito!!!)...ok va bene...però...ora come ora mi voglio DIVERTIRE...ed è quello che sto facendo...mi diverto...tanto tanto...ora che ho trovato con chi condividere le mie follie...le mie idee balzane e malsane...sono libera di essere me stessa...di esprimermi liberamente...un po' come faccio con la mia migliore amica...ma su un livello diverso...più....come si può dire? intimo?confidenziale? non lo so...diciamo che ho tolto il doppiofondo da qualche cassetto della mia anima...un po' anche costretta, diciamo la verità...ma mi sento libera...non ancora completamente...ma sto meglio...questo è il senso, l'insegnamento della mia mini vacanza....i miei blocchi si stanno disfacendo uno ad uno...e io...sono contenta!!!
venerdì 13 luglio 2012
...questi fantasmi ancora in noi sono più vecchi di ogni età...
STERMINARE! sì...vorrei essere un dalek a volte...per poter pronunciare questa parola con voce metallica e incenerire tutto ciò che mi irrita...oggetti, persone...tutto quanto....sono stanca, immensamente stanca...ho l'anima stanca...un lenzuolo sgualcito, un barattolo di latta ammaccato, un foglio accartocciato...avrei bisogno di poter svolgere i miei pensieri su un tavolino...sbrogliarli...rimetterli in fila e poterli leggere con calma...e poi magari anche interpretarli...e invece no, non si può...il mio sistema è sovraccarico...il mio cervello è talmente zeppo di roba, che sembra il 23 o il 6 nell'ora di punta...ogni circonvoluzione satura come un bicchiere d'acqua con troppo bicarbonato, come una sanguisuga piena di sangue che si stacca dalla tua pelle per respirare, come lo spumante agitato che fa esplodere il suo tappo...e prima o poi esplodo anch'io...sono in quiescenza...come il vesuvio...sembra tranquillo..ogni tanto al massimo si vede un flebile filo di fumo uscire dal suo cappello...ma è quello che bolle in profondità, quello che non si vede, ad esser pericoloso...fa caldo all'interno delle miei pendici cerebrali...la pressione è al limite...dovrei trovare una valvola di sfogo...ma temo che sia difettosa...a volte fa scappare qualcosa...a tratti, all'improvviso e nei momenti più improbabili...ma il sistema d'allarme...quel self control che mio babbo nega che abbia, richiude il rubinetto ogni volta...e serra stretto...non sta bene esplodere...non sta bene urlare in mezzo alla gente...non sta bene rispondere male...non sta bene mostrare debolezza...sorridi, tranquillizza, consola, rassicura, dai speranza a chi ne ha bisogno...non cedere...anche se resti coinvolta, non cedere...controllati...non sei una bambina...sei adulta e gli adulti non piangono, non urlano, non prendono a testate i muri...anche se hanno voglia di farlo...ma io ce l'ho ogni tanto il modo per ingannare il sistema d'allarme...io scrivo...e in parte, faccio calare un po' la pressione...è che per un pascal che scende, sale di altri due...è una lotta infinita...contro me stessa...contro la mia educazione, la mia diplomazia, i miei mille compromessi...ma è la vita...non posso far diversamente...devo solo trovare un altro modo per sfuggire a tutto questo senza sembrare una schizzata...devo trovare un altro rubinetto...deve esistere...tutti ne hanno più di uno..nel caso si rompa il primo...non posso esser stata progettata senza...sennò ci sarebbe da denunciar l'ingegnere responsabile del progetto...nel 1990 le leggi sulla sicurezza erano già abbastanza chiare!! spero di trovar presto un equilibrio...l'esplosione è vicina...vicinissima...
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Alla sera
Forse perché della fatal quïete
tu sei l'imago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,
e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme
delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge