martedì 19 dicembre 2017

Stop e Ripartenze

Una mia conoscenza recente, con cui già sto entrando felicemente in confidenza, mi ha "rimproverata" per aver avuto uno stop nel mio editare e arricchire questo spazio online. Non ha torto, ma purtroppo nella mia vita degli ultimi mesi ho effettuato molti stop, sebbene con qualche partenza nuova. Una delle cose che ho messo in pausa è la tesi e la conclusione, quindi, del mio ciclo di studi. Ho perso le forze, l'entusiasmo e la voglia di completare un lavoro che mai come in questo periodo mi ha fatto pesare le mie insicurezze. Lo so, a volte occorrerebbe fare quello sforzo in più, quel passettino avanti e levarsi il dente velocemente nella maniera meno indolore possibile. Alle soglie dei trent'anni ne sono pienamente consapevole, ma allo stesso tempo vivo nel limbo del forse, nell'approssimazione del "ci penserò domani...". Sono anche consapevole che è la scelta più sbagliata e meno matura da fare, ma i limbi mi sono sempre piaciuti. La mia personalità, molto decisa in certi casi, in altri cerca la via di Peter Pan, dello standby. Spero di avere il coraggio e la forza di ripartire nel più breve tempo possibile, magari utilizzando come carburante tutti quegli stimoli positivi che sto ricevendo in mezzo al grigiore dell'ultimo anno. Devo riconsiderare la mia vita, le mie relazioni e prendere coscienza appieno che il grigio non è un colore, ma una condizione esistenziale. E fa abbastanza schifo! Io che ho odiato e contrastato l'ignavia, non posso ridurmi ad ameba, a vermicello marino servo di Ursula. 
Ritornando alle parti positive... beh ce ne sono tante: a cominciare dal lavoro come volontaria del Servizio Civile, che, forse più inspiegabilmente di quanto davvero mi aspettassi, mi dà diverse soddisfazioni. Finalmente mi realizzo nella parte più empatica di me, dando un servizio agli altri. Sembra banale retorica, ma alla fine non lo è: aiutare il prossimo, aiuta anche il tuo spirito. E ne esci più forte, più sereno. Penso che sia per questo che anche le relazioni umane hanno avuto un balzo in avanti considerevole. Dopo ANNI passati rinchiusa nel mio guscio, finalmente riscopro l'amore per la compagnia di altri esseri umani e con una fiducia nel prossimo che non avevo forse nemmeno da bambina. In alcuni momenti mi dico che il rischio è altissimo, che la sofferenza è dietro l'angolo, che potrei rimanere di nuovo scottata come in passato, ma la verità è che mi piace questa mia nuova stagione di fiducia. Soprattutto se la metto in relazione al disastro che ci circonda sul lato politico-sociale. Mi chiedo se non sia una reazione proprio allo schifo del mondo, una spinta naturale per la conservazione della specie, questo tantativo di ristabilire e consolidare i contatti con altri homo sapiens. Che sia una follia? Sarà il tempo a deciderlo. Infatti, se sul fronte "accademico" sono abbastanza sconfortata e mi sento la persona meno intelligente e capace del mondo, su quello relazionale mi sembra di aver acquisito competenze e maturità nuove. Mi sento saggia, mi sento grande, evoluta. 
Come compensare, quindi, questi due aspetti della mia attuale esistenza? Ancora non lo so. Sicuramente devo trovare un equilibrio tra istinto e ragione, tra cuore e testa, tra "sentire e meditare" (Manzoni, quanto sei sempre utile!)... In fondo sono solo due aspetti di ciò che forma un individuo, due facce della stessa medaglia, due teste del Giano che rappresenta la nostra essenza di animali convinti di sapere tutto. 
Alla fine ho scritto un papier, anche un po' scordinato e privo di vero nesso, ma forse ne avevo bisogno di ritrovare quello "spontaneous overflow of powerful feelings", tanto caro a Wordsworth. (Sì, oggi la letteratura dell'800 mi pervade il cervello!)
Non so nemmeno come chiudere, se non constatando che dopo un sacco di tempo ho ripreso a scrivere per me, senza etichette, senza paletti, senza costrizioni. E questa è proprio una gran ripartenza!

venerdì 18 novembre 2016

Nuances de gris

Poco più di un'ora fa discutevo a proposito del grigiore esistenziale che sto attraversando ultimamente e mi è stato chiesto di riflettere su ciò che veramente mi rende felice.
La prima risposta che mi è venuta alle labbra è "far felici gli altri".
In effetti è vero: ho sempre avuto piacere a vedere la contentezza negli occhi delle persone quando a farli contenti ero stata io. Mi piace fare regali mirati, cucinare per gli altri, consolarli quando ne hanno bisogno, assicurargli di credere in loro e farli sentire più forti.

Spesso questa risposta mi è stata contestata con un banale "devi pensare anche un po' a te stessa..." e allora ho deciso che dovevo stilare un elenco delle cose che mi fanno felice, senza un ordine preciso, ma solo così come mi vengono in mente d'emblée.

E quindi:

- mi rende felice andare al cinema, quando la sala è pressoché vuota e io ho una posizione centrale e accanto la persona giusta per vedere quel film (o la persona giusta e basta!), quella che si commuove per le stesse scene, quella con cui ti giri a guardarla e anche lei ti guarda e vi sorridete al sentire la stessa battuta, quella che ti scalda la mano gelata, perché al cinema fa sempre un freddo cane...

- mi rende felice viaggiare, magari con la solita persona giusta.... Il chiamarsi per sentire l'altro cosa mette in valigia, l'organizzare le visite, l'emozione della partenza, la notte prima della stessa senza chiudere occhio per la paura di far tardi... Prendere l'aereo e godersi il panorama, sorridersi felici pensando all'avventura che ci si appresta a vivere, giocare a carte nei viaggi lunghi, vincere più di una partita. Poi cercare l'hotel, sistemarsi e cominciare ad esplorare, sempre in tensione, sempre con l'adrenalina a mille... E alla fine mi piace tornare a casa, dormicchiare durante il viaggio, sorridersi felici per l'avventura appena vissuta, scorgere la sagoma di Firenze in lontananza, respirare l'odore di casa...

- mi rende felice leggere un fumetto di supereroi, che ti dà speranza, perché tutti abbiamo la nostra kriptonite, il nostro punto debole, ma ci sarà sempre qualcuno a difenderci dal lato scoperto. Mi appaga commuovermi leggendo e credere che sia vero... e provare a farlo diventare vero.

- mi rende felice guardare un programma intelligente alla tv, magari uno della (Sacra) Famiglia Angela

- mi rende felice fare l'amore con la (solita) persona giusta, con cui condividi non solo il corpo, ma anche interessi, obiettivi, speranze... e ti sembra di riunire non solo due corpi in uno ma di incarnare l'intera forza della Justice League, con la gentile collaborazione di Zagor, Tex, Nathan Never e Zorro!

- mi rende felice andare a una mostra d'arte, possibilmente con quella benedetta persona giusta (non per forza la stessa del punto precedente, ma se c'è non guasta), con cui puoi sfottere i finti intellettuali ed esperti d'arte e allo stesso tempo goderti la bellezza più pura. E poi riflettere insieme sul significato dell'arte e del mondo in generale.

- mi rende felice passare una giornata al mare, farmi cullare dal rumore delle onde e tuffarmi nei cavalloni come una bambina... Ridere mentre la corrente mi atterra e mi trascina al largo, la sabbia sotto i piedi, baciare la persona giusta, con le labbra che sanno di sale, credo siano tra le più belle cose che esistano al mondo.

- mi rende felice andare a cena fuori e mangiare bene, o mangiare bene e basta... Il cibo è una delle mie fonti di felicità maggiori, soprattutto se l'ho cucinato io e lo condivido con qualcuno (possibilmente non un anoressico schizzinoso).

- mi rende felice percorrere in auto d'estate le strade in collina e godermi il sole, la brezza, il frinire delle cicale. Poi magari passo da un punto panoramico, guardo la mia Firenze e mi sento la persona più fortunata della Via Lattea

- mi rende felice poltrire a letto la domenica e magari alzarmi al suono delle campane in una bella mattina di sole.

- mi rende felice l'odore del caffè la mattina e quello del pane appena sfornato

- mi rende felice imparare cose nuove, per poi poterle raccontare e spiegare a chi non le sa e dire insieme "Ganzooo!"

- mi rende felice scrivere e sfogarmi nel farlo, mettendo un poco d'ordine nel garbuglio dei miei pensieri. E mi chiedo perché non lo faccia un po' più spesso, visto che mi fa tanto bene...

E infatti, ora che ho scritto questa lista della spesa mi sento un po' meglio e, ancora una volta, mi rendo conto che anche nel grigiore ci possono essere i colori, basta tirarli fuori, come quando si puliscono le opere d'arte dal sudicio che vi si deposita sopra, rivelando la bellezza che c'è sotto.


sabato 4 giugno 2016

21marzo - TourismA

Ieri vedere così tanta gente alle conferenze di TourismA e in particolare a quella tenuta da Alberto Angela mi ha fatto molto piacere. Di più: mi ha dato una nuova speranza. Ed è questo il miracolo della cultura: anche nelle difficoltà ti rimane qualcosa a cui aggrapparti. 


Infatti i terroristi dell'Is distruggono monumenti, siti archeologici e musei, proprio per distruggere non solo vite umane ma anche per annullare la dignità di quei popoli che non hanno più qualcosa per cui combattere. Ecco: impariamo questa lezione. Insegniamo ai nostri figli, il futuro, a rispettare e valorizzare il passato culturale che ci contraddistingue come popolo, come persone. E forse avremo meno delinquenza, meno foreign fighters, meno guerre. La cultura è il simbolo dell'unione di più civiltà e quelle zone così devastate in questi anni ne sono a maggior ragione l'emblema. 









Ah... vorrei dire a quei rosiconi che ieri quando parlava Alberto si lamentavano di tanta affluenza e della "commercializzazione" dell'evento:




1) Alberto non è un fenomeno da baraccone: è un professionista serio che merita tutta la stima e gli applausi che riceve




2) la cultura appartiene ai laureati, agli operai, ai netturbini, ai vecchi, ai bambini... È e deve essere DI TUTTI! 


3) voi che vorreste restare a discutere nelle vostre torri d'avorio a ridirvi le solite 4cose tra 4 sedicenti intellettuali siete responsabili del degrado culturale al quale stiamo assistendo tanto quanto quelli che distruggono o ignorano le opere d'arte... Perché la vostra è una cultura sterile, martoriata, depauperata della sua caratteristica più importante: l' universalità, che alla fine sta alla base delle libertà... 


Buonanotte e w Alberto

Poesiola 31 marzo 2016

Ammetto la sconfitta
Davanti a chi ha la mente sfitta
Di idee sue ma preferisce
Quelle degli altri e non le partorisce.
Se uso l'utero di un'altra donna è peccato
Ma a voi il pensiero va bene anche OGM, prefabbricato.
La vostra mancanza
Mi fa tristezza
Perdo speranza
Acquisto incompletezza.
Mi sento persa nella moltitudine
Di persone ignoranti
La mia solitudine
Non è qualcosa di cui mi vanti
Ma diventa l'unica alternativa
In una società di leoni da tastiera
Con la zampata fin troppo attiva
E con niente sotto la criniera.
Persone senza argomenti che alimentano focherelli
di ignoranza
Non conta se i tuoi pensieri siano brutti o belli
Ma la tracotanza
Che usano per abbaiare come cani randagi
Ogni insulto come stella per i re Magi.
Seguono il più forte, chi alza la voce
Loro mare in tempesta io in un guscio di noce.

DIVERSI


Che la diversità sia una ricchezza è luogo comune degli uniformati. È facile da "eguale" parlare di come essere tutti diversi sia una cosa bellissima e in linea teorica è anche ampiamente condivisibile. Ma quando vivi la condizione del "diverso" sei combattuto tra due sentimenti opposti: quello di invidiare chi non è diverso e voler a qualsiasi costo essere al suo posto e quello, soprattutto nei momenti di rabbia, di voler rivendicare, ostentare e vantarsi di quella diversità, come fosse la bandiera di una libertà che in fondo agli "eguali" non è concessa. Quale delle due anime vinca, dipende da soggetto a soggetto.
Nel mio caso ho sempre cercato di integrarmi fin da quando sono venuto al mondo, se così si può dire, ma allo stesso tempo col mio comportamento ho inavvertitamente (o forse no?) finito per porre l'accento sulle mie differenze. E più volevo essere uguale, più apparivo distante e alieno dagli altri. Più di una volta devo ammettere che a tu per tu anche altri miei simili (o dissimili) sembravano porsi i miei stessi interrogativi e arrovellarsi sui miei stessi dubbi, ma una volta tornati nella massa diventavano di nuovo parte di essa, se per trasformismo e falsità, o per mera sopravvivenza non saprei dirlo. In fondo cosa c'è di male a mischiarsi? Di base niente. Ciò che è uniforme è anche bello, per i canoni universalmente accettati. Ma è davvero così? Quanti direbbero che la Venere di Botticelli è brutta? Pochissimi. Eppure a guardarla bene ha il collo troppo lungo, le spalle troppo strette e le gambe asimmetriche, povera ragazza, ma nessuno lo nota. Io ho sempre notato il suo sguardo triste e perso nel vuoto. È appena nata e già la invitano a coprirsi, come se già da subito le spiegassero l'antifona: se vuoi stare al mondo è bene che impari a mascherarti, essere nudi, essere se stessi è disdicevole, nonché pericoloso...

Come la goccia di pittura colorata in mezzo a quella bianca finisce per sparire, così sembra che il mondo mi richieda di essere un nessuno in mezzo ad altri nessuno. Ovvio che in una società così complessa ci sia bisogno di regole e io sono il primo a rispettarle con convinzione. Ma se questo va bene per il vivere civile, è comunque giusto per il vivere intimo e personale? C'è davvero bisogno di tutta questa uniformità di pensiero e comportamento? Mi sono chiesto più di una volta se riuscire ad esser come gli altri mi avrebbe reso per lo meno felice. Forse sì. Ma si può davvero esser felici quando ci si nasconde e si nega se stessi?
Per ora non mi sono risposto."
Da MUTEK

domenica 13 dicembre 2015

Stimoli

Il mio ultimo post era una richiesta d'aiuto, un tentativo di sentirmi dire "non mollare!". L'aiuto, anche se colto in ritardo e per vie traverse, è arrivato. Rileggendo il blog mi trovo in bacheca un commento che mi era sfuggito, che non avevo nemmeno pubblicato, risalente al mio ultimo post. Nel commento il sig. Robert Jordan mi dice che nonostante tutto il male che mi circonda non sono giustificata ad arrendermi, ad adeguarmi alla massa di indifferenti ignavi che abitano il mondo. Che dire, Robert? Lei ha ragione. Non posso buttare tutto alle ortiche. Devo continuare a combattere e quindi a scrivere per diverse ragioni:

1. Perché è giusto.
2. Perché è nella mia natura.
3. Perché farlo mi fa sentire viva.
4. Perché sono brava a farlo.
5. Perché è una questione di dignità.
6. Perché non ne posso fare a meno.
7. Perché sperare fa male, ma non sperare fa peggio.
8. Perché i fatti dimostrano che a qualcuno faceva piacere leggermi.
9. Per gli altri.
10. Per i miei figli, se ne avrò.
11. Per me.
12. Per la persona che mi sta accanto.
13: Per questo Paese che amo.
14. Per i nonni che hanno contribuito a renderlo migliore questo Paese.
15. Per i miei genitori che hanno tentato di continuare l'opera dei nonni.
16. Perché mi piace.
17. Per chi ogni giorno nel suo piccolo fa qualcosa di utile.
18. Per chi crede in me.
19. Perché sono nata nella città più bella del mondo e non posso permettere che quella bellezza venga distrutta.
20. Perché mi hanno insegnato che non ci si arrende mai.
21. Perché Dante mio concittadino odiava gli ignavi.
22. Perché Gramsci mio connazionale odiava gli indifferenti.
23. Perché li odio anch'io.
24. Perché con l'indifferenza la mafia prospera.
25. Perché la mafia prospera anche nella disinformazione e nell'ignoranza.
26. Perché il modo migliore per rendere merito agli eroi di carta che leggo è fare qualcosa in prima persona.
27. Perché sono una scienziata.
28. Perché amo la vita e voglio viverla al meglio.
29. Perché mi hanno insegnato che siamo tutti uguali.
30. Perché voglio credere che l'onestà paga, anche quella intellettuale.
31. Perché sono comunista.
32. Perché lo era mio nonno.
33. Perché lo era anche Gramsci.
34. Perché l'evoluzione mi ha dato un cervello per pensare.
35. Perché la scuola pubblica mi ha insegnato come usarlo.



Non so se questi siano tutti i motivi, ma per ora mi sembrano abbastanza... Al prossimo post!

lunedì 12 ottobre 2015

Blocco dello scrittore

Capita a tutti gli scrittori prima o poi, dal più geniale al più mediocre. Arriva sempre quel giorno in cui pensi di non saper più scrivere. Ogni rigo che butti giù ti sembra mal scritto, banale, insignificante. E il foglio bianco, vero o digitale che sia, diventa il tuo peggior nemico. E non è che succede perché tu non abbia niente da dire, ma semplicemente perché non credi più nelle tue capacità. 
Ho scritto decine di articoli, migliaia di post, qualche racconto, ma da mesi ho perso la voglia e la determinazione per scrivere qualsiasi cosa. Prima mi capitava di iniziare a scrivere se ero triste, felice, arrabbiata. Adesso nelle stesse situazioni, davanti a quegli stessi sentimenti la parola scritta non mi sembra più così efficace. E' un periodo così: vuoto. E forse il mio silenzio, il mio appendere la penna al chiodo ha più significato dei miliardi di parole che ho tracciato e digitato negli ultimi vent'anni. Semplicemente sono stanca, non ho più voglia di lottare, nemmeno dalla comodità di una poltrona di casa. Scrivere, faticare per trovare le parole più efficaci per esprimere ciò che penso e che provo, non mi riesce più, non mi suscita più nemmeno quel moto d'orgoglio che un tempo mi faceva pensare "Però! Sono brava!". 
Lo stesso mi è successo con la lettura: quei mondi fantastici non bastano più per arginare la mia tristezza, la mia amarezza, la mia riluttanza al mettermi in gioco.
Le discussioni mi hanno negli anni fiaccata, le delusioni mi hanno portata a credere nell'ineluttabilità dei mali del mondo, la paura di fallire mi impedisce di tornare ad essere quel che avrei sempre voluto essere, una cittadina impegnata. 
Non scrivo, non leggo, fatico a vedere i film. L'arte, così importante nella mia vita di un tempo, l'ho relegata nei ritagli di tempo, nei quali non sempre mi ci dedico. E perché dovrei? Gli artisti sono una masnada mista di ingenui e falsi profeti, che si chiudono nel loro mondo dorato e criticano la massa dalle loro torri d'avorio, vendendo e vendendosi, insultando così per primi il loro stesso lavoro. 
Che dire poi degli scienziati? Sì, anche la categoria alla quale appartengo formalmente è fallace; anch'essi imprigionatisi in un universo di duro lavoro con una determinazione quasi messianica, faticano a integrarsi col mondo a loro vicino. Di fatto, fuori dal laboratorio non vivono e conducono esistenze più vuote di tanti ignoranti patentati, che, per lo meno, rimangono coerenti a se stessi. 
Che senso ha quindi che io torni a scrivere? A cosa può servire in un mondo in cui il rispetto, l'educazione e il buon senso non esistono più? Sono un'aliena in mezzo a quest'umanità, che forse non merita e non vuole né consigli, né aiuto. E poi: chi dice che io sia in grado di dargliene? E quindi sono qui dimessa, come Marino (non a caso lo chiamano "il marziano" anche lui), ad aspettare un solo segno che mi dica che mi sto sbagliando. Aspetto qualcuno che mi ascolti, che mi dica che ne vale ancora la pena, se non per gli altri, almeno per me. Aspetto chi mi possa illudere che questo mondo può ancora cambiare.
E mentre aspettavo ho lanciato questo messaggio in bottiglia, sperando che ci sia chi lo raccolga, capisca e mi convinca a tornare alla vita...

martedì 21 luglio 2015

Rabbia

Era un po' di tempo che non mi mettevo sotto a scrivere, forse perché avevo perso la voglia, la verve, la speranza.
Oggi una persona a me molto cara che non mi vedeva da un paio d'anni mi ha detto che sono sempre arrabbiata e che, così, non mi godo le cose belle della vita. Come dargli torto? Il mio modo di essere mi porta spesso all'isolamento e alla sofferenza. Però oggi, mentre discutevo mi sono sentita VIVA e mi sono resa conto che la mia rabbia non è che il frutto della mia eterna speranza. 
Con un briciolo di supponenza continuo a sperare che il mio piccolo impegno quotidiano, le mie opinioni, il mio "rompere le scatole al prossimo" possa giovare al mondo. E ancora non mi voglio rassegnare al fatto che non sia vero. 
Quindi, sì, mi arrabbio, ma finché mi arrabbierò vorrà dire che avrò voglia di vivere, di lottare per questa vita così bella... 
E allora ho avuto voglia di nuovo anche di scrivere, che poi è la mia forma preferita di espressione, nonché l'unica che possa sviluppare e praticare, in quanto non so cantare, ballare, disegnare...
Mi sono resa conto che discutere con persone intelligenti e scrivere mi rende felice, così come mi rende felice l'amore della persona che ho accanto ormai da anni... Per cui, logicamente, non mi resta che continuare a discutere, a scrivere e ad amare.


sabato 14 marzo 2015

1096

"Tre anni e un giorno" pensò Mutek, mentre la guardava piangere. "Tre anni e un giorno e non ho ancora imparato a mordermi la lingua quando dovrei... Che idiota che sono!"
Avevano litigato, proprio il giorno dopo del loro terzo anniversario. Lei si era tolta l'anello che lui le aveva regalato e l'aveva poggiato sulla scrivania come un oggetto qualunque. 
"Non piangere dai, ché mi sento uno stronzo..."
"Non capisco... Cosa ti manca? Insomma, non ti sembra che ti ami?"
"Non ho mai detto questo..."
"E allora qual è il problema?" singhiozzó.
"Il problema è che sono un cretino e ti ho fatto piangere per l'ennesima volta... Ti amo... Non fare così..."
"Mi sento come se avessi spezzato un incantesimo, come quando ti svegli da un sogno bellissimo e scopri che sei ancora in questo mondo di merda..."
"È tutto come prima..."
"Non mi sembra..."
"Siamo veramente bravi a farci del male... Possibile che non impariamo mai?"
"Hai detto che non ti senti considerato... Dov'è che sbaglio? A me sembrava di aver fatto passi da gigante grazie a te..."
"Sei perfetta, ho sbagliato io..."
"E che ne so se adesso dici così per paura? Magari passano altri sei o sette mesi e sembra tutto andar bene, poi mi esplodi di nuovo con qualcos'altro che non ti va bene? Ma non mi puoi dire le cose subito?"
"Non voglio litigare per ogni mia paturnia..."
"Beh ma così io casco dal pero! Se lo facessi io ti imbufaliresti...'
"Hai ragione... Perdonami...non lasciarmi ti prego..."
"Qui non è una questione di perdonarti, io sto male... Mi hai detto cose belle forti oggi..."
"Lo so, ma io... Insomma, ho detto quelle cose, ma non influenzano così tanto il nostro rapporto... Io sono contento di noi..."
"Non sembrava cinque minuti fa, quando di fatto mi hai accusato di amarti meno di quanto mi ami tu... E poi sembra che tutto questo amore ti pesi..."
"Non è così... A me non pesa nulla, ho scelto di starti accanto e lo faccio con piacere... Ho contestato solo una certa pigrizia che alle volte noto... Ma magari sbaglio e anche se non sbagliassi non mi fa cambiare idea su di te... Su di noi...". La abbracciò. 
" Mi ci vorrà un po' perché mi passi, lo sai vero? "
"Lo so, è colpa mia... Ma andrà tutto bene..."
"Lo spero..."

martedì 13 maggio 2014

Infermità

C’era una volta un ragazzo… Era un bel ragazzo: capelli castano chiaro, occhi azzurro cielo. Ma aveva un difetto: una testa enorme, talmente enorme che gli pesava e gli ciondolava sul collo. Era riuscito, nonostante questo, a farsi degli amici, ma in fondo tutti, anche chi gli voleva bene, continuava a considerarlo un po’ strano.
Chi lo guardava, pensava che avesse una malformazione dalla nascita. Invece non era così. La verità era che fin da bambino aveva sempre pensato tantissimo… La testa gli si era riempita di idee, progetti, invenzioni, storie, riflessioni e quindi aveva cominciato a crescere, crescere, crescere. Lui sapeva che il problema era quella sua abnorme attività intellettuale, ma non riusciva a smettere di pensare e la sua testa si ingrandiva di un centimetro l’anno. L’unico modo che aveva per diminuire le dimensioni del suo cervello era tirare fuori ciò che c’era dentro, e allora scriveva, disegnava, parlava… Ma non bastava: per un’idea che esponeva, se ne creavano dieci nuove.  E poi gli piaceva troppo leggere, conoscere, informarsi… Non sapeva come fare!
Questa sua caratteristica lo faceva, ovviamente, sentire un emarginato. Non solo era strano esteticamente, ma quando cercava di liberarsi di tutti quei pensieri raccontandoli a qualcuno, quello non capiva!
“Morirò schiacciato dal peso della mia testa! Non c’è nessuno che voglia aiutarmi…” si lamentava nei momenti di sconforto, davanti allo specchio, rimirando quella sua enorme fonte di dolore.
“Perché non sono nato stupido e superficiale come gli altri? Adesso sarei felice… “.
La cosa brutta era che più era triste, più pensava e più pensava, più la sua testa cresceva e lui diventava triste.
Un giorno, più abbrutito del solito, pensava a quanto fosse ingiusta la sua sorte e, con la testa che gli ciondolava, un po’ per il peso, un po’ per la tristezza, non guardava dove stesse andando… e SBAM!
“Ehi attento! Ma non guardi dove vai?” Aveva urtato una ragazza.
“Scusa, ma ho un po’ di difficoltà a tenere gli occhi alzati…”
La sconosciuta lo squadrò: “Beh ti capisco, ma provaci, no?”
“Perché dovrei? Tanto a nessuno importa di me!”
“Quanto pessimismo!”
“Parli bene tu: hai una testa normale!”
“Ahahahah…normale io? È una parola grossa per i miei standard!”
“Non hai una testa di 43 chili da portarti dietro!”
“Questo lo dici tu! Dai, aspetta, mettiamoci a sedere su quella panchina, così parliamo, ti va?”
“Sei davvero poco normale… potrei essere un malintenzionato! Ma se insisti... tanto non ho molto altro da fare…”
“Vieni musone, vieni! Dimmi… la tua è una malattia?”
“Beh, molti la considererebbero una malattia…”
“In che senso? Lo è o non lo è?”
“Dipende… Vedi io sono così, perché penso troppo!”
“Allora magari fossero tutti malati come te!” rise.
“Beh… Avrebbero tutti la testa come la mia, è invalidante, sai?”
“Ti capisco, la mia intelligenza e la mia cultura lo sono anche per me…”
“Non sembra… la tua testa è normale!”
“Beh solo perché è il materiale che c’è dentro è altamente compresso, non vuol dire che sia vuota…”
“Che vuoi dire?”
“Che anche il mio cervello cresce costantemente, ma lo fa aggrovigliandosi su stesso… invece di crescere verso l’esterno, lo fa verso l’interno… un sacco di circonvoluzioni, per aumentare la superficie… Sai in media il cervello delle donne è più piccolo, ma più elaborato nella forma…”
“Ah sì?”
“Certo… comunque questa crescita continua non si vede come la tua, ma mi causa incredibili mal di testa, che tengo a bada solo grazie alla mia grafomania.”
“Tu scrivi?”
“Sì: altrimenti sarei già impazzita. Poi ho provato con la politica, sai, pensando che esporre le mie idee mi avrebbe aiutata… per un po’ ha funzionato, ma quando le persone non ti ascoltano, non serve molto parlare…”
“Hai ragione…”
“Perché non racconti a me le tue idee: ti ascolto volentieri… Poi io ti racconto le mie… magari ne sviluppiamo di nuove insieme…”
“Ma non c’è il rischio che mettendo insieme le nostre idee la nostra testa cresca ancora di più?”
“Beh il rischio c’è… ma l’alternativa qual è? Se nessuno ci ascolta, crescerà comunque… Almeno così abbiamo la soddisfazione di essere ascoltati… e, se ci ho visto giusto, anche compresi…”
“Magari…”
E così i due ragazzi cominciarono a parlare e ancora oggi dopo tanto tempo continuano a farlo. L'intuizione che lei aveva avuto funzionò e le loro idee, rafforzatesi, si affinarono, eliminando i pensieri superflui. In poche parole i loro cervelli operarono una deframmentazione, stoccando al meglio idee, progetti, storie…
La testa di lui divenne di dimensioni normali, quella di lei smise di dolere così spesso, ma comunque la loro “stranezza” agli occhi degli altri rimase. Anzi, si consolidò: le idee che esponevano non piacevano, non venivano capite. Ma loro insieme si sentivano più forti e decisero di mettersi alla ricerca di persone come loro. 
Al momento non hanno avuto molto successo, ma sono decisi a continuare a diffondere le loro idee e conoscere cose nuove, perché sono fermamente convinti che intelligenza e cultura siano i principi fondamentali della vita.


Alla sera

Forse perché della fatal quïete

tu sei l'imago a me sì cara vieni

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni,


e quando dal nevoso aere inquïete

tenebre e lunghe all'universo meni

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme


delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch'entro mi rugge