sabato 4 giugno 2016

Poesiola 31 marzo 2016

Ammetto la sconfitta
Davanti a chi ha la mente sfitta
Di idee sue ma preferisce
Quelle degli altri e non le partorisce.
Se uso l'utero di un'altra donna è peccato
Ma a voi il pensiero va bene anche OGM, prefabbricato.
La vostra mancanza
Mi fa tristezza
Perdo speranza
Acquisto incompletezza.
Mi sento persa nella moltitudine
Di persone ignoranti
La mia solitudine
Non è qualcosa di cui mi vanti
Ma diventa l'unica alternativa
In una società di leoni da tastiera
Con la zampata fin troppo attiva
E con niente sotto la criniera.
Persone senza argomenti che alimentano focherelli
di ignoranza
Non conta se i tuoi pensieri siano brutti o belli
Ma la tracotanza
Che usano per abbaiare come cani randagi
Ogni insulto come stella per i re Magi.
Seguono il più forte, chi alza la voce
Loro mare in tempesta io in un guscio di noce.

DIVERSI


Che la diversità sia una ricchezza è luogo comune degli uniformati. È facile da "eguale" parlare di come essere tutti diversi sia una cosa bellissima e in linea teorica è anche ampiamente condivisibile. Ma quando vivi la condizione del "diverso" sei combattuto tra due sentimenti opposti: quello di invidiare chi non è diverso e voler a qualsiasi costo essere al suo posto e quello, soprattutto nei momenti di rabbia, di voler rivendicare, ostentare e vantarsi di quella diversità, come fosse la bandiera di una libertà che in fondo agli "eguali" non è concessa. Quale delle due anime vinca, dipende da soggetto a soggetto.
Nel mio caso ho sempre cercato di integrarmi fin da quando sono venuto al mondo, se così si può dire, ma allo stesso tempo col mio comportamento ho inavvertitamente (o forse no?) finito per porre l'accento sulle mie differenze. E più volevo essere uguale, più apparivo distante e alieno dagli altri. Più di una volta devo ammettere che a tu per tu anche altri miei simili (o dissimili) sembravano porsi i miei stessi interrogativi e arrovellarsi sui miei stessi dubbi, ma una volta tornati nella massa diventavano di nuovo parte di essa, se per trasformismo e falsità, o per mera sopravvivenza non saprei dirlo. In fondo cosa c'è di male a mischiarsi? Di base niente. Ciò che è uniforme è anche bello, per i canoni universalmente accettati. Ma è davvero così? Quanti direbbero che la Venere di Botticelli è brutta? Pochissimi. Eppure a guardarla bene ha il collo troppo lungo, le spalle troppo strette e le gambe asimmetriche, povera ragazza, ma nessuno lo nota. Io ho sempre notato il suo sguardo triste e perso nel vuoto. È appena nata e già la invitano a coprirsi, come se già da subito le spiegassero l'antifona: se vuoi stare al mondo è bene che impari a mascherarti, essere nudi, essere se stessi è disdicevole, nonché pericoloso...

Come la goccia di pittura colorata in mezzo a quella bianca finisce per sparire, così sembra che il mondo mi richieda di essere un nessuno in mezzo ad altri nessuno. Ovvio che in una società così complessa ci sia bisogno di regole e io sono il primo a rispettarle con convinzione. Ma se questo va bene per il vivere civile, è comunque giusto per il vivere intimo e personale? C'è davvero bisogno di tutta questa uniformità di pensiero e comportamento? Mi sono chiesto più di una volta se riuscire ad esser come gli altri mi avrebbe reso per lo meno felice. Forse sì. Ma si può davvero esser felici quando ci si nasconde e si nega se stessi?
Per ora non mi sono risposto."
Da MUTEK

domenica 13 dicembre 2015

Stimoli

Il mio ultimo post era una richiesta d'aiuto, un tentativo di sentirmi dire "non mollare!". L'aiuto, anche se colto in ritardo e per vie traverse, è arrivato. Rileggendo il blog mi trovo in bacheca un commento che mi era sfuggito, che non avevo nemmeno pubblicato, risalente al mio ultimo post. Nel commento il sig. Robert Jordan mi dice che nonostante tutto il male che mi circonda non sono giustificata ad arrendermi, ad adeguarmi alla massa di indifferenti ignavi che abitano il mondo. Che dire, Robert? Lei ha ragione. Non posso buttare tutto alle ortiche. Devo continuare a combattere e quindi a scrivere per diverse ragioni:

1. Perché è giusto.
2. Perché è nella mia natura.
3. Perché farlo mi fa sentire viva.
4. Perché sono brava a farlo.
5. Perché è una questione di dignità.
6. Perché non ne posso fare a meno.
7. Perché sperare fa male, ma non sperare fa peggio.
8. Perché i fatti dimostrano che a qualcuno faceva piacere leggermi.
9. Per gli altri.
10. Per i miei figli, se ne avrò.
11. Per me.
12. Per la persona che mi sta accanto.
13: Per questo Paese che amo.
14. Per i nonni che hanno contribuito a renderlo migliore questo Paese.
15. Per i miei genitori che hanno tentato di continuare l'opera dei nonni.
16. Perché mi piace.
17. Per chi ogni giorno nel suo piccolo fa qualcosa di utile.
18. Per chi crede in me.
19. Perché sono nata nella città più bella del mondo e non posso permettere che quella bellezza venga distrutta.
20. Perché mi hanno insegnato che non ci si arrende mai.
21. Perché Dante mio concittadino odiava gli ignavi.
22. Perché Gramsci mio connazionale odiava gli indifferenti.
23. Perché li odio anch'io.
24. Perché con l'indifferenza la mafia prospera.
25. Perché la mafia prospera anche nella disinformazione e nell'ignoranza.
26. Perché il modo migliore per rendere merito agli eroi di carta che leggo è fare qualcosa in prima persona.
27. Perché sono una scienziata.
28. Perché amo la vita e voglio viverla al meglio.
29. Perché mi hanno insegnato che siamo tutti uguali.
30. Perché voglio credere che l'onestà paga, anche quella intellettuale.
31. Perché sono comunista.
32. Perché lo era mio nonno.
33. Perché lo era anche Gramsci.
34. Perché l'evoluzione mi ha dato un cervello per pensare.
35. Perché la scuola pubblica mi ha insegnato come usarlo.



Non so se questi siano tutti i motivi, ma per ora mi sembrano abbastanza... Al prossimo post!

lunedì 12 ottobre 2015

Blocco dello scrittore

Capita a tutti gli scrittori prima o poi, dal più geniale al più mediocre. Arriva sempre quel giorno in cui pensi di non saper più scrivere. Ogni rigo che butti giù ti sembra mal scritto, banale, insignificante. E il foglio bianco, vero o digitale che sia, diventa il tuo peggior nemico. E non è che succede perché tu non abbia niente da dire, ma semplicemente perché non credi più nelle tue capacità. 
Ho scritto decine di articoli, migliaia di post, qualche racconto, ma da mesi ho perso la voglia e la determinazione per scrivere qualsiasi cosa. Prima mi capitava di iniziare a scrivere se ero triste, felice, arrabbiata. Adesso nelle stesse situazioni, davanti a quegli stessi sentimenti la parola scritta non mi sembra più così efficace. E' un periodo così: vuoto. E forse il mio silenzio, il mio appendere la penna al chiodo ha più significato dei miliardi di parole che ho tracciato e digitato negli ultimi vent'anni. Semplicemente sono stanca, non ho più voglia di lottare, nemmeno dalla comodità di una poltrona di casa. Scrivere, faticare per trovare le parole più efficaci per esprimere ciò che penso e che provo, non mi riesce più, non mi suscita più nemmeno quel moto d'orgoglio che un tempo mi faceva pensare "Però! Sono brava!". 
Lo stesso mi è successo con la lettura: quei mondi fantastici non bastano più per arginare la mia tristezza, la mia amarezza, la mia riluttanza al mettermi in gioco.
Le discussioni mi hanno negli anni fiaccata, le delusioni mi hanno portata a credere nell'ineluttabilità dei mali del mondo, la paura di fallire mi impedisce di tornare ad essere quel che avrei sempre voluto essere, una cittadina impegnata. 
Non scrivo, non leggo, fatico a vedere i film. L'arte, così importante nella mia vita di un tempo, l'ho relegata nei ritagli di tempo, nei quali non sempre mi ci dedico. E perché dovrei? Gli artisti sono una masnada mista di ingenui e falsi profeti, che si chiudono nel loro mondo dorato e criticano la massa dalle loro torri d'avorio, vendendo e vendendosi, insultando così per primi il loro stesso lavoro. 
Che dire poi degli scienziati? Sì, anche la categoria alla quale appartengo formalmente è fallace; anch'essi imprigionatisi in un universo di duro lavoro con una determinazione quasi messianica, faticano a integrarsi col mondo a loro vicino. Di fatto, fuori dal laboratorio non vivono e conducono esistenze più vuote di tanti ignoranti patentati, che, per lo meno, rimangono coerenti a se stessi. 
Che senso ha quindi che io torni a scrivere? A cosa può servire in un mondo in cui il rispetto, l'educazione e il buon senso non esistono più? Sono un'aliena in mezzo a quest'umanità, che forse non merita e non vuole né consigli, né aiuto. E poi: chi dice che io sia in grado di dargliene? E quindi sono qui dimessa, come Marino (non a caso lo chiamano "il marziano" anche lui), ad aspettare un solo segno che mi dica che mi sto sbagliando. Aspetto qualcuno che mi ascolti, che mi dica che ne vale ancora la pena, se non per gli altri, almeno per me. Aspetto chi mi possa illudere che questo mondo può ancora cambiare.
E mentre aspettavo ho lanciato questo messaggio in bottiglia, sperando che ci sia chi lo raccolga, capisca e mi convinca a tornare alla vita...

martedì 21 luglio 2015

Rabbia

Era un po' di tempo che non mi mettevo sotto a scrivere, forse perché avevo perso la voglia, la verve, la speranza.
Oggi una persona a me molto cara che non mi vedeva da un paio d'anni mi ha detto che sono sempre arrabbiata e che, così, non mi godo le cose belle della vita. Come dargli torto? Il mio modo di essere mi porta spesso all'isolamento e alla sofferenza. Però oggi, mentre discutevo mi sono sentita VIVA e mi sono resa conto che la mia rabbia non è che il frutto della mia eterna speranza. 
Con un briciolo di supponenza continuo a sperare che il mio piccolo impegno quotidiano, le mie opinioni, il mio "rompere le scatole al prossimo" possa giovare al mondo. E ancora non mi voglio rassegnare al fatto che non sia vero. 
Quindi, sì, mi arrabbio, ma finché mi arrabbierò vorrà dire che avrò voglia di vivere, di lottare per questa vita così bella... 
E allora ho avuto voglia di nuovo anche di scrivere, che poi è la mia forma preferita di espressione, nonché l'unica che possa sviluppare e praticare, in quanto non so cantare, ballare, disegnare...
Mi sono resa conto che discutere con persone intelligenti e scrivere mi rende felice, così come mi rende felice l'amore della persona che ho accanto ormai da anni... Per cui, logicamente, non mi resta che continuare a discutere, a scrivere e ad amare.


sabato 14 marzo 2015

1096

"Tre anni e un giorno" pensò Mutek, mentre la guardava piangere. "Tre anni e un giorno e non ho ancora imparato a mordermi la lingua quando dovrei... Che idiota che sono!"
Avevano litigato, proprio il giorno dopo del loro terzo anniversario. Lei si era tolta l'anello che lui le aveva regalato e l'aveva poggiato sulla scrivania come un oggetto qualunque. 
"Non piangere dai, ché mi sento uno stronzo..."
"Non capisco... Cosa ti manca? Insomma, non ti sembra che ti ami?"
"Non ho mai detto questo..."
"E allora qual è il problema?" singhiozzó.
"Il problema è che sono un cretino e ti ho fatto piangere per l'ennesima volta... Ti amo... Non fare così..."
"Mi sento come se avessi spezzato un incantesimo, come quando ti svegli da un sogno bellissimo e scopri che sei ancora in questo mondo di merda..."
"È tutto come prima..."
"Non mi sembra..."
"Siamo veramente bravi a farci del male... Possibile che non impariamo mai?"
"Hai detto che non ti senti considerato... Dov'è che sbaglio? A me sembrava di aver fatto passi da gigante grazie a te..."
"Sei perfetta, ho sbagliato io..."
"E che ne so se adesso dici così per paura? Magari passano altri sei o sette mesi e sembra tutto andar bene, poi mi esplodi di nuovo con qualcos'altro che non ti va bene? Ma non mi puoi dire le cose subito?"
"Non voglio litigare per ogni mia paturnia..."
"Beh ma così io casco dal pero! Se lo facessi io ti imbufaliresti...'
"Hai ragione... Perdonami...non lasciarmi ti prego..."
"Qui non è una questione di perdonarti, io sto male... Mi hai detto cose belle forti oggi..."
"Lo so, ma io... Insomma, ho detto quelle cose, ma non influenzano così tanto il nostro rapporto... Io sono contento di noi..."
"Non sembrava cinque minuti fa, quando di fatto mi hai accusato di amarti meno di quanto mi ami tu... E poi sembra che tutto questo amore ti pesi..."
"Non è così... A me non pesa nulla, ho scelto di starti accanto e lo faccio con piacere... Ho contestato solo una certa pigrizia che alle volte noto... Ma magari sbaglio e anche se non sbagliassi non mi fa cambiare idea su di te... Su di noi...". La abbracciò. 
" Mi ci vorrà un po' perché mi passi, lo sai vero? "
"Lo so, è colpa mia... Ma andrà tutto bene..."
"Lo spero..."

martedì 13 maggio 2014

Infermità

C’era una volta un ragazzo… Era un bel ragazzo: capelli castano chiaro, occhi azzurro cielo. Ma aveva un difetto: una testa enorme, talmente enorme che gli pesava e gli ciondolava sul collo. Era riuscito, nonostante questo, a farsi degli amici, ma in fondo tutti, anche chi gli voleva bene, continuava a considerarlo un po’ strano.
Chi lo guardava, pensava che avesse una malformazione dalla nascita. Invece non era così. La verità era che fin da bambino aveva sempre pensato tantissimo… La testa gli si era riempita di idee, progetti, invenzioni, storie, riflessioni e quindi aveva cominciato a crescere, crescere, crescere. Lui sapeva che il problema era quella sua abnorme attività intellettuale, ma non riusciva a smettere di pensare e la sua testa si ingrandiva di un centimetro l’anno. L’unico modo che aveva per diminuire le dimensioni del suo cervello era tirare fuori ciò che c’era dentro, e allora scriveva, disegnava, parlava… Ma non bastava: per un’idea che esponeva, se ne creavano dieci nuove.  E poi gli piaceva troppo leggere, conoscere, informarsi… Non sapeva come fare!
Questa sua caratteristica lo faceva, ovviamente, sentire un emarginato. Non solo era strano esteticamente, ma quando cercava di liberarsi di tutti quei pensieri raccontandoli a qualcuno, quello non capiva!
“Morirò schiacciato dal peso della mia testa! Non c’è nessuno che voglia aiutarmi…” si lamentava nei momenti di sconforto, davanti allo specchio, rimirando quella sua enorme fonte di dolore.
“Perché non sono nato stupido e superficiale come gli altri? Adesso sarei felice… “.
La cosa brutta era che più era triste, più pensava e più pensava, più la sua testa cresceva e lui diventava triste.
Un giorno, più abbrutito del solito, pensava a quanto fosse ingiusta la sua sorte e, con la testa che gli ciondolava, un po’ per il peso, un po’ per la tristezza, non guardava dove stesse andando… e SBAM!
“Ehi attento! Ma non guardi dove vai?” Aveva urtato una ragazza.
“Scusa, ma ho un po’ di difficoltà a tenere gli occhi alzati…”
La sconosciuta lo squadrò: “Beh ti capisco, ma provaci, no?”
“Perché dovrei? Tanto a nessuno importa di me!”
“Quanto pessimismo!”
“Parli bene tu: hai una testa normale!”
“Ahahahah…normale io? È una parola grossa per i miei standard!”
“Non hai una testa di 43 chili da portarti dietro!”
“Questo lo dici tu! Dai, aspetta, mettiamoci a sedere su quella panchina, così parliamo, ti va?”
“Sei davvero poco normale… potrei essere un malintenzionato! Ma se insisti... tanto non ho molto altro da fare…”
“Vieni musone, vieni! Dimmi… la tua è una malattia?”
“Beh, molti la considererebbero una malattia…”
“In che senso? Lo è o non lo è?”
“Dipende… Vedi io sono così, perché penso troppo!”
“Allora magari fossero tutti malati come te!” rise.
“Beh… Avrebbero tutti la testa come la mia, è invalidante, sai?”
“Ti capisco, la mia intelligenza e la mia cultura lo sono anche per me…”
“Non sembra… la tua testa è normale!”
“Beh solo perché è il materiale che c’è dentro è altamente compresso, non vuol dire che sia vuota…”
“Che vuoi dire?”
“Che anche il mio cervello cresce costantemente, ma lo fa aggrovigliandosi su stesso… invece di crescere verso l’esterno, lo fa verso l’interno… un sacco di circonvoluzioni, per aumentare la superficie… Sai in media il cervello delle donne è più piccolo, ma più elaborato nella forma…”
“Ah sì?”
“Certo… comunque questa crescita continua non si vede come la tua, ma mi causa incredibili mal di testa, che tengo a bada solo grazie alla mia grafomania.”
“Tu scrivi?”
“Sì: altrimenti sarei già impazzita. Poi ho provato con la politica, sai, pensando che esporre le mie idee mi avrebbe aiutata… per un po’ ha funzionato, ma quando le persone non ti ascoltano, non serve molto parlare…”
“Hai ragione…”
“Perché non racconti a me le tue idee: ti ascolto volentieri… Poi io ti racconto le mie… magari ne sviluppiamo di nuove insieme…”
“Ma non c’è il rischio che mettendo insieme le nostre idee la nostra testa cresca ancora di più?”
“Beh il rischio c’è… ma l’alternativa qual è? Se nessuno ci ascolta, crescerà comunque… Almeno così abbiamo la soddisfazione di essere ascoltati… e, se ci ho visto giusto, anche compresi…”
“Magari…”
E così i due ragazzi cominciarono a parlare e ancora oggi dopo tanto tempo continuano a farlo. L'intuizione che lei aveva avuto funzionò e le loro idee, rafforzatesi, si affinarono, eliminando i pensieri superflui. In poche parole i loro cervelli operarono una deframmentazione, stoccando al meglio idee, progetti, storie…
La testa di lui divenne di dimensioni normali, quella di lei smise di dolere così spesso, ma comunque la loro “stranezza” agli occhi degli altri rimase. Anzi, si consolidò: le idee che esponevano non piacevano, non venivano capite. Ma loro insieme si sentivano più forti e decisero di mettersi alla ricerca di persone come loro. 
Al momento non hanno avuto molto successo, ma sono decisi a continuare a diffondere le loro idee e conoscere cose nuove, perché sono fermamente convinti che intelligenza e cultura siano i principi fondamentali della vita.


lunedì 28 aprile 2014

Lettera a un uomo eccezionale

Caro nonno,
mi fa uno strano effetto scriverti, dato che non ci sei più. Te ne sei andato in un grigio pomeriggio di sette anni fa, un pomeriggio come questo. La tua morte era annunciata, certo, ma ci colse tutti abbastanza impreparati. Le conseguenze della tua dipartita sono state disastrose, per questo sono contenta che tu non abbia assistito allo sfacelo degli ultimi anni. Devo confessarti che ancora ce l’ho un po’ con te per avermi lasciata così, in piena adolescenza, in un mondo che difficilmente riesce a comprendermi. Tu invece mi capivi e mi guardavi fiero e soddisfatto quando ti raccontavo delle mie piccole battaglie. Senza togliere di rispetto a nessuno, penso di essere la nipote che più ti somiglia… Ho ereditato da te quella voglia di combattere che ti ha accompagnato fino all’ultimo giorno, quando con un filo di fiato mi dicevi “Sono arrivato qui con l’ambulanza praticamente morto… Ma ora sono vivo!”.
Mi ricordo il tuo sorriso a presa di giro, la tua generosità, le tue dimostrazioni di affetto… Abbiamo passato insieme tanti bei momenti, da quando mi portavi ai giochini in piazza Tasso, dopo la scuola, a quando prima del tuo riposo pomeridiano mi raccontavi le tue storie... Erano storie inventate, dove però in qualche modo risultavi protagonista e mi faceva tanto ridere il tuo egocentrismo… Mi sa che anche quello l’ho ereditato da te! E poi c’erano i racconti di vita vera: la guerra, la povertà, la Resistenza, il processo che hai subito ingiustamente e in cui ti sei difeso da solo, la lotta nel partito nel ’68, le mille donne che hai avuto…
Raccontavi molto, ma ti piaceva anche ascoltare… Ti parlavo di quel che studiavo a scuola e tu, nella tua grande giovinezza di spirito, ti divertivi a vedere il mio entusiasmo nell’imparare. Eri un gran nonno, un grande capofamiglia e una persona eccezionale… Anche nei tuoi sbagli, eri, alla fine, coerente con te stesso e, cosa che ti invidio tantissimo, soddisfatto della tua vita e delle tue esperienze….
Hai sofferto molto negli ultimi anni, legato a quella sedia maledetta che ti aveva tolto anche la dignità, ma dentro il tuo spirito non era cambiato: fiero e libero, come a vent’anni!
Penso che insieme a Zorro, tu sia stato il mio eroe preferito nell’infanzia. Avevi vissuto in una realtà violenta, ma mi hai sempre insegnato che è con le parole che si sconfiggono davvero le ingiustizie.
Ed è così che cerco di fare ogni giorno, scrivendo e partecipando il più attivamente possibile alla vita politica e sociale della mia (e tua) Firenze. Però mi manca confrontarmi con te e spesso mi chiedo cosa penseresti della situazione dell’Italia di oggi. Mi ricordo la tua rabbia e la tua amarezza vedendo le immagini dei pestaggi del G8 di Genova, quindi probabilmente è meglio che tu te ne sia andato prima di vedere l’attuale realtà.
Dopo sette anni ancora non ho avuto il coraggio di andare sulla tua tomba…. E dire che vado spesso da quelle parti! Forse perché ancora non ho accettato che tu sia morto… La realtà è che mi manchi: crescere senza il tuo appoggio è stato veramente difficile… Avrei voluto vederti contento il giorno che mi sono diplomata e ancor più vorrei vederti a luglio, il giorno della mia laurea…
Non credendo a un Aldilà, non posso dire che tu vegli su di me, ma sono sicura che i tuoi insegnamenti mi aiutano ogni giorno nelle difficoltà che la vita mi presenta… Quindi in un certo senso è come se tu vivessi in me e mi impegno ogni giorno per poterti immaginare fiero delle mie scelte… Avrei avuto piacere di presentarti l’ultima, di scelta: sono sicura che approveresti!
Non so come accomiatarmi (come si saluta un morto?), ti dico solo che ti ho voluto un gran bene e ti ringrazio: sei stato una grande guida e un grande maestro…
Un bacio

La “Piccina”

mercoledì 9 aprile 2014

Il prigioniero

Era seduto nell’angolo più buio della sua cella. Singhiozzava sommessamente. Sentì il cigolio di una porta che si apriva. Ecco la sua carceriera.
“Liberami, ti prego..”
“Perché insisti? Sai che non posso.”
“Puoi… E’ solo che non vuoi!”
“Ti rendi conto che ho una reputazione? Se ti liberassi il mondo verrebbe a sapere di te. Non me lo posso permettere…”
“Invece sì, sei forte…”
“Sono 24 anni che se chiuso qui dentro e ancora non ti sei rassegnato. Non ti libererò mai!”
“Per favore… ti imploro! Sto stretto. E’ buio. Sono… stanco di stare da solo..”
“Ci sono io con te…”
“Lasciami andare.”
“No. Non posso. Cosa faresti fuori di qui? Sono io che ti do da mangiare.”
“Se io non ci fossi staresti meglio anche tu!”
“No. Sono talmente abituata ad averti qui, che mi sentirei persa…”
“Non è vero. Ti toglieresti un peso. Io sarei libero. Tu anche.”
“Se ti facessi uscire, se rivelassi a tutti la tua esistenza, perderei amici, famiglia… Perderei lui…”
“Non credo. Le persone che ti amano, ti resteranno accanto. Credi che non l’abbiano capito che tieni qualcosa nascosto? Credi che non mi abbiano scorto da quelle feritoie? Credi che non abbiano udito i miei lamenti, quando tu non insonorizzi le pareti?”
“Forse hanno capito che ho un segreto, ma non ti hanno visto per quello che sei. TI terrò per sempre qui. Non uscirai mai. Ti porterò con me nella tomba se necessario…”
“Fai più male a te stessa che a me… E lo sai!”
“Ora basta…”
La carceriera chiuse la porta. 

Lontano dallo specchio, il mostro riflesso nei suoi occhi scomparve, rinchiuso di nuovo nella prigione della sua mente.

martedì 8 aprile 2014

Riflessioni...

Non so cosa ancora mi spinga a fare ciò che faccio.
Non so cosa mi faccia continuare a interessarmi, informarmi e informare.
Non so perché sto prendendo una laurea, pur sapendo che non avrò un lavoro.
Non so perché non mi voglia rassegnare al mondo che mi circonda.
Non so perché ancora non mi sono arresa.

Eppure sono cosciente che un mondo migliore non E' possibile. L'evoluzione è troppo lenta perché la si possa apprezzare nel corso di una sola vita. Il mondo occidentale non ha fatto molti passi in avanti rispetto ai tempi dell'impero romano. La differenza sta, forse, nel fatto che all'epoca la cultura era molto più "di massa" ed era considerata importante. Adesso no. Adesso, nonostante tutti i mezzi d'informazioni che la tecnologia ci fornisce, tendiamo a standardizzarci al ribasso. Chi non ha cultura ostenta con determinazione la propria ignoranza. Chi, invece, ha cultura ne fa sfoggio solo per umiliare chi non ce l'ha e non la condivide. Il qualunquismo e il populismo dilagano, anche tra le persone che dovrebbero aver studiato di più.
Il razzismo, l'omofobia, il sessismo sono ancora radicati nella nostra mentalità. Abbiamo la corruzione nei geni prima ancora di nascere, l'istinto del "più furbo" ci fa rovinare ogni aspetto della nostra società, dalla pubblica amministrazione, alle istituzioni, dal commercio, alla politica.

Mio nonno era partigiano, mio padre un "quasi sessantottino" e altri come loro. I miei nonni e i miei genitori mi hanno insegnato dei valori. Perché i miei coetanei non sono come me? Perché mi sento così sola? Dovunque vada, in qualunque ambiente vedo un pensiero unificato, un andare CONTRO qualcuno o qualcosa, mai un lavorare PER qualcosa. Tra gli ignoranti e i poveri vige una sorta di legge del più forte: manca la solidarietà, manca la collaborazione. Basti vedere l'atteggiamento verso gli immigrati, considerati l'unica causa della disoccupazione degli italiani. E poi c'è la sfiducia e il disprezzo verso lo Stato, una "diseducazione civica". Questo forse è il danno più grosso, che influenza a società a tutti i livelli dal netturbino al manager. Nessuno si rende conto che lo Stato è fatto di persone e che se ogni persona pensa solo al suo interesse individuale si va poco lontano.

La cosa che più mi sconcerta, forse per gli studi che faccio, è l'atteggiamento antiscientifico predominante degli ultimi tempi e soprattutto delle nuove generazioni. Se l'oscurantismo religioso ha ripreso campo negli ospedali e nei consultori ginecologici, il nuovo oscurantismo, quello della "Santa Rete", è ormai diffusissimo un po' dappertutto. Si nega l'efficacia dei vaccini, ci si converte vegetariani, si nega la storia. L'informazione "ufficiale" viene denigrata, in favore della "libertà di internet", dove, però, si trova solo un guazzabuglio di informazioni vere, presunte, totalmente false, per lo più prive di fonti attendibili.
Si tende a non credere al telegiornale, perché "servo del sistema", né agli insegnanti, né ai medici o agli scienziati (di sicuro collusi con l'industria farmaceutica), ma alla prima bufala offerta dalla rete ci si crede subito. Se provi a opporti nel peggiore dei casi vieni considerato un disonesto, nel migliore un idiota.

Gli ambienti intellettuali sono chiusi e settari, siano essi di tipo musicale, letterario o scientifico, come se la cultura non fosse un bene comune, ma appannaggio di pochi eletti, che, tra l'altro, ne conoscono solo una parte, senza avere la visione d'insieme.
I pochi insegnanti seri rimasti non hanno armi: il loro ruolo è completamente svalutato, il loro stipendio, pure. Nessun professore si può più permettere di mettere una nota sul diario, che subito si trova i genitori a protestare. Genitori che, però, a casa non si occupano dell'educazione dei loro figli, ma li lasciano allo stato brado, più impegnati a comprarsi il telefono da 700 euro (magari aprendo un finanziamento) e a lamentarsi dell'elevato costo dei libri scolastici, piuttosto che a star dietro ai bambini.

I giovani di valore che abbiamo se ne vanno all'estero, a contribuire al PIL di altri stati. Scelta comprensibile, ma che provocatoriamente mi permetto di contestare: se le migliori menti che abbiamo se ne vanno, qui chi rimane?

L'imprenditoria italiana è poco lungimirante: si pensa all'uovo oggi, quel che succede alla gallina domani non è affar mio. Non si investe in ricerca, né in innovazione, né in capitale umano, si tende ad accumulare ed arraffare il più possibile, magari prendendo sovvenzioni statali, o mandando i dipendenti in cassa integrazione, tanto alla peggio si apre una fabbrica in Polonia o si fa  bancarotta fraudolenta e si scappa a Rio. Credo che Olivetti si rigiri nella tomba ogni volta che appare Marchionne in tv o viene intervistato.

La politica non esiste. Se non in qualche realtà ristretta di gente che "ancora ci crede" e che è l'unica che riesco a stimare. La maggior parte delle persone non si interessa a ciò che succede, se non per lamentarsi, dire "son tutti uguali", o votare quello che gli ha promesso qualcosa. Oppure non vota, salvo poi continuare a recriminare. Poi ci sono i cosiddetti "anti sistema", quelli che fanno i comunisti radicali, gli anarchici dell'ultim'ora, spaccano vetrine e bancomat, scrivono "eat the rich" sui muri e poi si godono la borsa di studio all'università, pagata dalle tasse dei normali contribuenti. E i radical chic? Quelli parlano, parlano, parlano nelle loro torri d'avorio, sempre con distacco da quello che succede, ma in quanto a sudare per cambiare le cose, non se ne parla. E i politici di professione? I molti disonesti scelgono tale carriera per puro arrivismo, per collusione con la criminalità, per amore del potere. I pochi onesti si ritrovano in un sistema già marcio: spesso se provano ad alzare la testa, questa gli viene tagliata, per cui spesso si adeguano, chiudendo un occhio, o anche due. Poi ci sono gli incompetenti, quelli fanno casini un po' ovunque.

Le forze dell'ordine. Non mi sono mai state particolarmente simpatiche, però è innegabile che servano, soprattutto in un paese come il nostro. Tra di loro ci sono fascisti, picchiatori, delinquenti autorizzati. E poi ci sono quelli onesti, che rischiano la vita ogni giorno per due lire. Penso a Salvo D'Acquisto e mi scappa la lacrimuccia.

E mi chiedo come si sia arrivati a tutto questo. Insomma: abbiamo sconfitto il fascismo. Abbiamo creato lo Statuto dei Lavoratori. Abbiamo una Costituzione fantastica (ancora per poco, temo). E allora? Perché le persone che hanno lottato per tutto questo non hanno insegnato ai loro figli a mantenere i diritti duramente conquistati? Perché non gli hanno insegnato a rispettare le istituzioni di questa Democrazia ottenuta col sangue? Perché i figli di chi ha lottato per la legge sul diritto all'aborto sono tutti obiettori?
L'unica cosa che mi vien da pensare è che queste conquiste le abbiamo ottenute con lotte sudate e impegnative, ma la maggior parte di chi ha partecipato non lo faceva con convinzione e con coscienza. Altrimenti non sarebbe possibile.

E quindi, arrivati a questa conclusione, cioè che la maggioranza è solo "volgo disperso" come diceva Manzoni, io perché ancora combatto? Perché ancora cerco di spiegare le mie convinzioni? A che serve il mio impegno, il mio sacrificio, il mio tempo?

Non so rispondermi. Però continuo. Perché è giusto, anche se questo mondo non se lo merita, come non si è meritato Fanciullacci, Berlinguer e Olivetti. Ho la presunzione, però, di pensare che io sì, ho imparato qualcosa dai loro insegnamenti e da quelli che la mia famiglia ha tentato di instillarmi. Per cui ancora combatto, se non è per salvare il mondo, sarà per morire con la coscienza pulita per averci almeno provato.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete

tu sei l'imago a me sì cara vieni

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni,


e quando dal nevoso aere inquïete

tenebre e lunghe all'universo meni

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.


Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme


delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch'entro mi rugge